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la "tosa" che fu l'angelo delle trincee

 

La ”tosa” che fu l’angelo delle trincee



E’ molto ciò che risulta, insieme a tanti incartamenti, tra le testimonianze utilizzate durante il processo di beatificazione e poi canonizzazione di Suor Bertilla Boscardin, il cui corpo riposa oggi presso le suore Dorotee di Vicenza... Ebbene, preferirei ricordare non colei che ora viene venerata dalla Chiesa cattolica, ma quella figlia di contadini di Brendola, che parlava in dialetto, il nostro dialetto dolce e gentile, mentre intorno a lei sofferenza e morte mietevano il loro cupo raccolto. Quella ragazza dal viso aperto, lo sguardo rivolto a chi la guardava e sembrava, come ora a me sembra, che frugasse dentro di te, cercando qualcosa che si è smarrito, al pari di una “tosa” di casa che cerchi un oggetto nel povero guardaroba di famiglia, mentre il sole accarezzava la pergola fuori dalla porta di casa, una casa che pareva un francobollo. E lo trova, quel qualcosa che noi non riuscivamo a trovare, ignari che era lì, davanti a noi ,dove era sempre stato. Accidenti a noi, Anna Francesca- così ti chiamavi prima di rinascere con un altro nome, per una vita lastricata di fatica e di pazienza- queste le avevi apprese ben presto, eri una contadina, cresciuta a pane e lavoro...accidenti a te, Anna Francesca, che ti ammalasti e non parlasti- un mulo, silenzioso e ostinato, che a coloro che ti guardavano storto rispondevi con il tuo memorabile sorriso, che a distanza di quasi un secolo illumina chi ti guarda...Uscisti dall’immane voragine della Grande Guerra con il tuo corpo provato e la tua proverbiale tenacia, senza ambire a nulla che non fosse l’angolo semibuio da cui silenziosamente lavorare e lavorare ancora per chi soffriva, dopo aver incontrato il dolore nei volti dei soldati feriti dentro e fuori da schegge di metallo e da schegge ancor più devastanti, invisibili, che nessun chirurgo avrebbe potuto rimuovere, mai...Tu sì, tu con il tuo sorriso, con i tuoi silenzi in cui germogliavano mille parole, con una carezza senza riflettori e giornali o webcam a immortalarti...Ecco, forse è questo che mi ha colpito più di tutto, io che quasi non vado a messa, che penso che Dio o chi per esso si trovi non tra le colonne di una chiesa ma in mezzo a un prato o sotto un albero...”tutto è niente” dicesti, forse in italiano, ma con la tua cantilena che noi che siamo di qui conosciamo bene e che per noi è l’aria che respiriamo, la polenta sul paiolo che fuma, il vin bon e quello andato “asedo” che mio nonno si ostinava a darci da portare a casa. Bertilla, non so chiamarti santa e forse neppure tu ci credi ancora a questa cosa così grande- tu che in fondo ti sei sentita sempre una piccola, semplice contadina dei nostri colli, fino alla tua morte prematura- secondo noi che non intendiamo quali siano i piani che l’anima disegna per noi. E ora sei lì, piccolo gheriglio di noce nella sua teca, quasi un sonno scomodo da contadino che dorme con un sasso in una mano- come mio zio, che quando quello cadeva si svegliava, alla faccia della tecnologia e del bla bla moderno... Dormi allora, piccola suora contadina, riposati infine dai mille mestieri, le mani segnate dai calli finalmente posate, chiudi gli occhi come una bambina che sogna di un giorno di luce e di un vestito fresco di bucato, bianco come la neve prima che venga la primavera, prima che un vento ti porti via...Non ti disturberemo, se dovessimo venire a salutarti, in un angolo ce ne staremo, memori del tuo viso di allora, del tuo sguardo che sembrava guardare lontano, del tuo limpido, per sempre giovane sorriso.

Wdl.

 

 

 
 
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